Dipendenza affettiva e paura del rifiuto

Spesso la condizione di dipendenza affettiva si incrocia con una profonda e costante paura di essere rifiutati.
Vorrei cominciare affermando che non sempre e non necessariamente il timore del rifiuto si rivela un nemico, nella giusta quantità, si tratta invece di un elemento fisiologico, deterschermata-2016-11-30-alle-11-55-08minate dal punto di vista sociale, adattivo e, perchè no, utile.
Tutti noi, in qualche maniera, ne abbiamo sofferto.
Come esseri interconnessi e interdipendenti fin dai primi momenti di vita abbiamo bisogno di sentirci parte di una relazione, di una famiglia, di un gruppo, di un sistema. Ad ogni modo con lo sviluppo solo una parte delle nostre caratteristiche vengono accolte e apprezzate. Ecco che la tendenza a modificarci aderendo alle richieste o le aspettative dell’altro può diventare una elemento centrale per la nostra sopravvivenza affettiva. E’ ovvio che il cambiamento in se non rappresenta in alcun modo un fattore disfunzionale. Le criticità insorgono quando la relazione viene vissuta sotto la pervasiva paura che l’altro possa rifiutarci o abbandonarci. Molto spesso, e proprio in funzione di queso timore, si innesca la tendenza ad aderire ciecamente alle richieste esplicite o implicite del partner rigettando qualsiasi elemento che possa farlo allontanare. In questo modo viene barattato l’essere amati per ciò che si è a favore dell’essere amati ad ogni costo.
Eppure la paura , anche quella di non piacere o di essere rifiutati, può essere una risorsa.
Come è noto il cervello è fatto anche per provare paura, potremmo concludere che aver provato paura in determinate situazioni ci ha permesso di sopravvivere, di migliorarci, di svegliarci dal torpore, di non sottovalutare le situazioni avverse.
Con questo non voglio certo proporre l’elogio alla paura del rifiuto, anche perchè si tratta di un elemento che tendiamo ad affrontare con strategie rigide e disfunzionali.
Per la maggior parte delle volte infatti tendiamo a scongiurarla, demonizzarla, quindi evitarla. Fare questo in modo costante significa non affrontare ciò che crediamo di temere e quindi smettere di crescere. Questo a lungo andare ci porta ad una rappresentazione di noi come la parte debole e fragile della coppia, irreversibilmente sotto lo scacco della minaccia abbandonica.
Le paure invece, per insegnarci qualcosa, per renderci più consapevoli, devono essere affrontate. Devono restituirci in qualche modo la sensazione di poterle padroneggiare o contemplare.
Questo non significa certo andarsi a cercare il rifiuto per non soffrirlo più, ma saperne tollerare il rischio. Diventare soggetti della relazione vuol dire esprimersi liberame.nte in questa, a volte prendersi la responsabilità e il rischio di non piacere, solo così possiamo avvicinarci alla sensazione di essere realmente amati per ciò che siamo e non per quello che la paura ci permette di mostrare. Chi soffre di dipendenza affettiva invece non riesce a tollerare l’ipotesi che l’altro possa allontanarsi e per scongiurare la paura di questa sciagura relazionale, non può far altro che fondersi nell’altro, annullarsi per lui. Così si strugge nell’ illusione che l’amore non fugga, che resti per sempre. Questo oltre ad essere impossibile è anche dannoso perchè il dipendente stà in realtà chiedendo di essere confermato per qualcosa che non è. Inoltre si allontana da se stesso.
Dunque il centro del problema nella dipendenza affettiva ha soprattutto a che fare con un elemento in apparenza semplice ma allo stesso tempo complesso. E’ cioè il paradosso di chi in fondo non riesce ad amarsi,ma chiede all’altro di farlo, di non abbandonarlo, di colmare un vuoto altrimenti sconosciuto e insopportabile.
L’ obiettivo della relazione terapeutica, ma in generale di una buona relazione, è quello di sollecitare la persona a scegliere e crescere, a diventare soggetto prima di oggetto d’amore, ad amarsi prima di aver paura di non essere amato e quindi ad esistere non solo attraverso gli occhi di chi lo guarda